Il Lupo in Sila

Il Lupo in Sila

Di Giacomo Gervasio e Francesca Crispino

Tra le componenti di maggior rilievo della fauna presente nella nostra regione, il Lupo è da sempre la specie che più di ogni altra ha colpito l’immaginazione dell’uomo.

In molte culture considerato il simbolo del male, della natura ostile e pericolosa, in altre venerato come un dio e ritenuto più saggio e più furbo dell’uomo. 

I retaggi di natura culturale e psicologica nei suoi confronti, le sue esasperate (e molto spesso irreali) capacità predatorie, sono i motivi che da sempre hanno determinato una forte ostilità nei confronti della specie.

Questo fiero predatore che localmente viene spesso indicato come “lupo della sila” non presenta in realtà alcuna differenza con gli individui di lupo appenninico presenti sul resto del territorio nazionale.

Di dimensioni inferiori rispetto ai parenti americani o nord europei, il peso assume valori intermedi, oscillando in media tra i 25 ed i 35 kg e comunque non superando punte massime di 40-45 kg.

Rispetto ai maschi le femmine hanno in genere peso e dimensioni leggermente inferiori.

La colorazione del lupo in Italia è prevalentemente grigio-fulva con tonalità tendenti al marrone-rossiccio più tipicamente durante il periodo estivo.

Il lupo ha arti lunghi, zampe larghe e un’ottima capacità di resistenza grazie alla quale può coprire oltre 30 km con un trotto costante alla velocità di 6 -10 km/h.

L’odorato è il senso più sviluppato, il suo olfatto è infatti 100 volte più sensibile di quello dell’uomo e può individuare la sua preda ad un chilometro di distanza.

I lupi sono animali sociali e vivono in branchi.

Di solito il branco si origina da una coppia i cui figli restano con i genitori finché non decidono di allontanarsi ed occupare nuovi territori.

Nel branco vige una rigida gerarchia, il rango più alto è occupato da un maschio dominante, segue una femmina dominante e via via tutti gli altri individui.

La Sila è stata una delle aree di maggiore importanza per la sopravvivenza del Lupo in Italia.

Infatti, anche negli anni di più grave declino, quando la specie è stata sull’orlo dell’estinzione nel nostro Paese, in Sila era presente una delle popolazioni più vitali del mezzogiorno e l’area rappresentava l’estremo limite meridionale di diffusione della specie.

Difatti proprio sui massicci calabresi e pochi altri massicci dell’Appennino centrale e meridionale il lupo è riuscito a sopravvivere ai decenni più bui e proprio da questi nuclei è iniziata la lenta ricolonizzazione spontanea della penisola e delle Alpi.

E’ importante sottolineare che in Italia non sono mai stati effettuati interventi di reintroduzione o di ripopolamenti di lupi in ambiente selvatico (come invece raccontano molte leggende metropolitane).

Infatti, la ripresa demografica della specie è stato un processo naturale determinato da diversi fattori come:

  1. il regime di protezione accordatogli dalla metà degli anni settanta in poi,
  2. la riduzione della persecuzione sistematica dell’uomo,
  3. l’incremento delle popolazioni di prede selvatiche,
  4. l’istituzione di aree protette e soprattutto una maggiore consapevolezza dell’importante valore ecologico della specie.

Non è facile stimare il numero di esemplari presenti nell’intero comprensorio silano in quanto i dati in quest’area sono piuttosto frammentari e discontinui.

Ciononostante recenti studi, condotto dai tecnici della società cooperativa greenwood, specializzati in rilevamenti faunistici, hanno accertato la presenza, nell’area del Parco Nazionale della Sila, di almeno tre branchi di lupi composti da un numero minimo di 3-4 individui ciascuno.

Attività di monitoraggio del lupo in Sila su neve snow trecking

Attività di monitoraggio del lupo in Sila Wolf howling

Attività di monitoraggio del lupo in Sila su neve

 

Per questo monitoraggio gli esperti hanno utilizzato particolari tecniche di indagine riuscendo ad individuare alcune aree utilizzate per la riproduzione.

I dati su questo magnifico predatore e una migliore conoscenza delle sue esigenze ecologiche sono alla base di qualsiasi azione di conservazione.

Esiste una notevole differenza sulla percezione del lupo a seconda che se ne viva o meno la presenza; in contesti territoriali in cui vi è una diretta presenza del predatore, i forti retaggi culturali fanno ancora oggi da freno al messaggio di conservazione.

Questa avversione atavica è in parte motivata dagli interessi in gioco, è sempre vivo il conflitto con gli allevatori, soprattutto con quelli che praticano il pascolo brado di ovini e bovini.

Per limitare lo scontro sarebbero necessari alcuni passaggi sia culturali sia applicativi, molto più facili a dirsi che a farsi, tra i quali:

  • gli allevatori dovrebbero adottare gli ormai sperimentati strumenti di prevenzione dei danni al bestiame e dovrebbero adeguare le loro pratiche di pascolo alla presenza del lupo,
  • le istituzioni dovrebbero promuovere una politica di indennizzi più efficace e dovrebbero al contempo garantire l’applicazione certa e rigorosa delle leggi sul randagismo canino, fenomeno diffusissimo in Calabria e che costituisce una minaccia sia per il patrimonio zootecnico che per la conservazione del lupo.

In realtà la conservazione del lupo si basa sulla necessità di condividere e attuare azioni gestionali estese il più possibile sul territorio promuovendo nel contempo campagne di sensibilizzazione.

Una corretta conoscenza dei problemi connessi alla presenza della specie e delle ragioni che li determinano è un presupposto indispensabile per riequilibrare il difficile rapporto con l’uomo e per riportare la specie alla sua reale dimensione di importante e affascinante predatore, tassello fondamentale dei nostri ecosistemi naturali.

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